Ursa Maior, teatro della sopravvivenza fuori dall’Italia

marcel - teatroC’è l’Italia vista da fuori in Marcel vol. I – Italian politics as a work of art, spettacolo che la compagnia bolognese Ursa Maior Teatro ha allestito, fino al 16 agosto 2014, con un gruppo internazionale di giovani artisti residenti a Londra, ed insignito del prestigioso premio Richard Mutt Award. E c’è il legame, tra preziosi e fervidi incontri, con la propria terra d’origine, perché avendo lavorato in Emilia-Romagna per più di 10 anni, il gruppo ha respirato l’aria delle grandi compagnie di ricerca degli anni ’80 e ’90, oramai stabili. E non ha mai smesso di guardare con curiosità e passione, e con pungente amarezza, all’Italia dall’estero. «Credo che la nostra, come quella di altre giovani compagnie con cui negli anni abbiamo collaborato – racconta la regista Irene Ros -, si possa definire una “poetica della sopravvivenza”. Abbiamo imparato a far germogliare i sassi, a fare progetti in grande, di altissima qualità, con niente. Un grandissimo valore e un enorme spreco, perché fino a quando faremo teatro, per noi le risorse continueranno a non esserci». Ma la tenacia premia e queste risorse sono arrivate grazie a una campagna di crowdfunding che gli ha assicurato la presenza al Fringe di Edimburgo, dove Marcel vol. I – Italian politics as a work of art va in scena presso The Space UK on North Bridge. Uno spettacolo dadaista ispirato a Marcel Duchamp che si svolge su due binari: il primo, ambientato in uno scenario apocalittico (un blackout che non sembra terminare, popolato da un esercito grottesco), vuole essere una riflessione sul concetto di evoluzione; il secondo prende l’avvio dagli incubi dei personaggi ed è un copione creato utilizzando come “readymade” le intercettazioni del caso Ruby, ovvero un testo dadaista sulla mercificazione femminile. Un copione già pronto che, però, non vuole essere uno spettacolo su Silvio Berlusconi, ma solo un pretesto per parlare della realtà contemporanea, attraverso immagini e temi del movimento dadaista: il palco invaso da uomini meccanici e prostitute, come in uno scenario post-bellico, bestialmente provocatorio e che sfiora l’assurdo e il grottesco. «La mia prospettiva – continua Irene Ros – è cambiata da quando osservo l’Italia da lontano. Ciò che vedo è un capitale sprecato, potenzialità trascurate, e questo nonostante sia emigrata da una delle regioni più prospere d’Italia. Eppure, il nucleo del nostro fare teatro è la presenza: l’essere presente dell’attore è già di per sé il legame tra la ricerca e la contemporaneità. Il nostro lavoro di ricerca nato in Italia è indissolubilmente legato alla natura umana del teatro e alle prospettive che l’essere umano riporta nel proprio lavoro». Anche se il compromesso sociale è di riuscirci all’estero per poi un giorno tornare in Italia, forse. Il primo studio di Marcel, chiamato “Ready to tale, Fairy made”, è stato presentato al concorso di corti teatrali del teatro “Lo Spazio” di Roma nell’estate del 2012. Inizialmente Marcel voleva essere un’installazione/performance ispirata a Duchamp e a “Il meraviglioso mago di Oz” (romanzo nato nell’Inghilterra in crisi di fine ’800), passando dal concetto di crisi contemporanea, che obbliga a reinventare, decostruire, ripensare il mondo e riutilizzarne gli scarti. Crisi che lascia spazio all’esistenza di maghi, impostori benevoli e truffatori. Man mano lo spettacolo ha preso forma su due livelli: mentre i dialoghi raccontano una storia, le azioni ne possono raccontare un’altra. Marcel è quindi un tentativo di creare un dialogo tra il teatro e il mondo odierno. Un percorso che prova a mettere in scena gli archetipi della storia contemporanea e, di conseguenza, un punto di partenza per incuriosire lo spettatore a scoprire qualcosa (e riflettere) di più sul mondo che lo circonda.

Viviana Dasara

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