Vivere le straordinarie emozioni della montagna

montagna - galiceLa montagna è un luogo affascinante dove ammirare le bellezze paesaggistiche nel silenzio della natura. Una giusta concentrazione facilita l’immersione nell’ambiente per ascoltare le sue diverse declinazioni. È solo in questo contesto che possiamo comprendere le peculiarità caratteristiche della natura, capaci di suscitare emozioni e sensazioni da vivere in prima persona. Michele Galice, architetto e fotografo, sottolinea l’importanza del paesaggio vissuto nell’ambiente della montagna.

Qual è il ruolo della montagna nel contesto paesaggistico?

«La sola visione della montagna, nel mio caso, costituisce un momento di immediata risposta emotiva del tutto appagante e profonda. Si tratta di una reazione che naturalmente va al di là del mero fatto estetico, verso il quale ci sentiamo tutti sensibili nel momento in cui godiamo di un bel paesaggio. La montagna, in quanto antitesi della pianura, del deserto, del mare, di tutto ciò che induce una profondità di sguardo e di pensiero, costituisce una limitazione alla progressione e alla sua visuale, una barriera dove la meta spesso rimane celata o che, anche quando è visibile, viene allontanata da fughe prospettiche respingenti. Dal mio punto di vista i rilievi sono la parte più fondante del paesaggio perché ne strutturano la fisionomia, quando ci sono, e lo svuotano di contenuto quando sono assenti come nel caso della pianura o del mare: ambienti indefiniti proprio in quanto privi di punti di riferimento, di cui la montagna rappresenta l’esempio più imponente».

La montagna esercita una sua influenza sulla natura?

«La montagna, risultato di millenari movimentazioni naturali della crosta terrestre, è a sua volta uno dei motori fondanti dei cicli naturali e climatici; fonte inesauribile di risorse idriche e motore inerte di movimentazioni gassose, costituisce anche un simbolo assoluto di autorigenerazione dei cicli vitali, come il suo alter-ego: il mare. Basta pensare alla straordinaria produzione di acqua sorgiva e di scioglimento dei ghiacciai, alla produzione di corpi nuvolosi, all’ostacolo offerto ai venti».

Quali sono le azioni da adottare per salvaguardare l’ambiente?

«Senza addentrarsi nei complessi fenomeni macroscopici afferenti le variazioni climatiche e i processi dovuti all’inquinamento a scala planetaria, credo che sia più utile soffermarsi sulle piccole ma fondamentali dinamiche comportamentali che peraltro, visto il carattere di massa acquisito negli ultimi decenni dal turismo alpino, hanno il loro rilevante peso relativo. Il Trentino-Alto Adige, in questo senso, ha fatto scuola con iniziative e risultati di eccellenza, grazie a una sensibilità che ha consentito di incentivare a livelli esponenziali la frequentazione dei loro ambienti alpini, mitigando questa onda d’urto con politiche improntate alla eco-sostenibilità e alla compatibilità paesaggistica nell’attività edilizia, anche in alta quota come nel caso dei rifugi alpini, o nella raccolta dei rifiuti. Mi viene da pensare, ad esempio, alla loro capacità di offrire validi servizi di trasporto pubblico, molto efficiente e realmente alternativo rispetto a quello privato, inserendo attrattive e promozioni nei loro pacchetti turistici. Come sempre, gestire con oculatezza e attenzione tanti piccoli aspetti pratici porta a grandi risultati dal punto di vista generale. Di contro, l’attuale emergenza è quella di non rischiare la realizzazione di nuove infrastrutture di grande impatto come i nuovi impianti di risalita nei comprensori sciistici, già abbondantemente attrezzati. Credo che la salvaguardia dell’ambiente montano possa andare di pari passo con l’intensificazione della sua fruizione, a patto di gestire in modo rigoroso e restrittivo i comportamenti. Limitazioni che se gestite con fermezza e intelligenza possono modificare positivamente le abitudini e produrre risultati immediati».

Dove sono le peculiarità delle catene montuose?

«Direi in tutto. Preferisco aggiungere una riflessione personale meno oggettiva e concreta: trovo che ci sia un’empatia psicologica nel rapporto tra uomo e montagna che ci coinvolge profondamente. La complessità fisica del paesaggio montano, con tutte le sue complicazioni, rappresenta simbolicamente la faticosa progressione della nostra vita. Per questo, molti di noi, si sentono respinti dal paesaggio montano, quasi con una sensazione di claustrofobico disagio. Diceva qualcuno che le persone insofferenti alla montagna non sono semplicemente insensibili alla bellezza, piuttosto troppo sensibili nei confronti della sua schiacciante presenza così intimamente connessa alla nostra emotività. Chi va per mare o ama il deserto, forse cerca un confronto alternativo con noi stessi, attraverso quello certamente duro con la natura: una forma di viaggio più contemplativo rispetto all’ascensione montana dove l’impegno fisico al limite delle proprie possibilità e gli spazi più opprimenti, riducono lo spazio per la riflessione ma ti sbattono in faccia i tuoi limiti fisici nei confronti di una natura incombente».

Francesco Fravolini

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