Etruschi, quelle differenze geografiche di una popolazione

etruschi - geografiaLa cultura degli Etruschi si caratterizza nelle sue molteplici differenze che inducono a una seria riflessione sulla collocazione geografica della popolazione. Può influire in maniera determinante una località al posto di un’altra. Sono molteplici i fattori che cambiano le abitudini degli Etruschi. L’antropologo alimentare Sergio G. Grasso illustra le peculiarità geografiche della popolazione etrusca.

I luoghi geografici degli Etruschi come incidono sulla cultura della popolazione?

«L’Italia è indubbiamente una Terra del desiderio. Lo fu per antichi popoli con miraggi di benessere e prosperità o con idee bellicose di conquista: Greci e Punici, Visigoti e Ostrogoti, Longobardi e Arabi. Anelarono all’Italia i Francesi, gli Spagnoli, l’Impero germanico e oggi il Bel Paese accoglie un flusso ininterrotto di profughi d’ogni dove. Un tempo ad attirare coloni, aggressori e oppressori era la posizione geografica al centro del Mediterraneo, il clima e soprattutto la ricchezza del suolo. Se gli Etruschi vennero dalla Lidia (il condizionale è d’obbligo!), scelsero sicuramente il luogo in cui era possibile esaltare al massimo le loro vocazioni marinare, agricole e commerciali. L’occupazione dei primi Etruschi (che chiamavano se stessi Rasna) era l’agricoltura. Strabone testimonia di quanto l’Etruria fosse fertile e di come producesse ogni ben di dio e Diodoro Siculo la descrive con “le piane coperte di grano, separate da colline dai declivi coltivabili”. Varrone ricorda che alcune zone dell’Etruria producevano il triplo del raccolto rispetto alla media. Plinio il Giovane (61-113) ci lascia uno splendido affresco del paesaggio agrario che circonda la sua casa di campagna a Tifernum Tiberinum, oggi Città di Castello, tra Arezzo e Perugia. Il panorama che descrive è ancora quello creato sei secoli prima dagli Etruschi, disegnato da precise forme di coltivazione e segnato da attente regimazione dei campi. Oltre alle testimonianze letterarie indirette, anche i risultati di scavo ci aiutano a chiarire i diversi aspetti dell’economia agricola dei Rasna, vero e proprio perno centrale della loro cultura. Molte tombe hanno restituito utensili e strumenti rurali in ferro e bronzo come falci, zappe e forche. In altre erano stati deposti col defunto i modellini di carri agricoli, gioghi per buoi e aratri. Gli affreschi funerari spesso descrivono con impressionante vivezza le vigne e gli ulivi dei poderi, i melograni negli orti con i fichi e i peri, gli animali selvatici che popolavano la campagna e quelli addomesticati che venivano allevati o che vivevano nelle case. Preziosissimi si rivelano i reperti vegetali e faunistici rinvenuti nelle tombe, soprattutto semi, erbe, pollini e resti di animali domestici. Lo sviluppo di questa mirabile agricoltura fu favorito da un clima particolarmente propizio e da una terra fertile e ricca. Tuttavia si presentò presto il problema della natura argillosa di ampie zone pianeggianti in cui si formavano acquitrini inadatti a qualsiasi coltivazione. Fu così che gli Etruschi dovettero dar fondo a tutte le loro conoscenze di ingegneria idraulica, necessarie a bonificare paludi e pantani. Innalzarono dighe di contenimento e per mantenere la riacquistata fertilità dei suoli, scavarono lunghi canali di irrigazione e condotte d’acqua sotterranee per limitare l’erosione. Gli Etruschi furono capaci di coltivare i terreni con tecniche assolutamente innovative, grazie alle quali producevano l’orzo (Hordeum vulgare) e il farro grande o grano emmer (Triticum dicoccum) che – cotto sotto forma di puls – costituiva la base della loro alimentazione ma che veniva esportato anche a Roma. Oltre ai cereali raccoglievano legumi (ceci, lenticchie, fave), ortaggi (aglio, cipolla, porri) e frutta (fichi, pere, prugne, uva, nocciole ecc.). I pascoli dell’Etruria – come accade ancora oggi – nutrivano un numero impressionante di pecore e capre che regalavano una lana molto pregiata, ma anche un buon latte grasso e dolce con cui realizzare formaggi e ricotte. Ereditarono dai navigatori fenici l’ammirazione per l’albero d’ulivo considerato sacro e degno di essere rappresentato in un gran numero di affreschi sepolcrali. Ne perfezionarono le tecniche di coltivazione, di potatura e raccolta delle olive e migliorarono quelle di estrazione dell’olio, che usavano soprattutto come combustibile per le lanterne ma anche in cucina e per scopi medicinali. La viticoltura rappresentava per i Rasna un’altra importante risorsa agricola e commerciale, com’è dimostrato dalle anfore di vino etrusco rinvenute fin nel sud della Francia».

Francesco Fravolini

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