La cultura e la cucina caratterizzano gli Etruschi

Etruschi tra cultura e cucinaLa cultura e la cucina degli Etruschi sono un appassionante racconto, sapientemente delineato nell’ultimo libro dell’antropologo alimentare Sergio G. Grasso dal titolo Gli Etruschi – tra cultura e cucina. Editore Lighthouse. L’autore descrive quell’affascinante e misterioso mondo degli Etruschi, percorrendo il particolare aspetto storico, sociale e culturale, senza trascurare la civiltà alimentare. Potremmo definire il volume come una cronaca di viaggio e di un compendio di storia etrusca. Quando si legge attentamente il racconto si osserva una società dinamica e serena che conferiva una grande importanza alla musica, alla magia, al gioco. Alla donna erano riconosciuti gli stessi diritti e gli stessi doveri degli uomini. Ciò che emerge dalle pagine del libro è una società tutt’altro che arcaica, con una coscienza alimentare e ambientale evoluta, a tratti moderna e assolutamente sorprendente. Soffermiamo la nostra attenzione sugli argomenti principali del volume: cultura e cucina. Sergio G. Grasso spiega questo straordinario binomio capace di caratterizzare la civiltà etrusca.

La cultura degli Etruschi quanto ha influenzato la cucina?

«Tra tutti gli stereotipi imposti dalla storiografia romano-centrica, quello dell’etrusco gaudente è il più diffuso. Soprattutto le cronache del II e I secolo a.C. hanno fatto il possibile per tramandarci aneddoti scabrosi e racconti piccanti che tratteggiano il popolo etrusco come dedito a lussi sfrenati, mollezze, piaceri e depravazioni di ogni sorta. Anche i licenziosi costumi gastronomici dei Rasna scandalizzano i sobri greci e i lapidari romani. Come Posidonio di Apamea, erudito e scienziato greco-siriano nato nel II sec. a.C., al quale proprio non andava giù che gli Etruschi mangiassero ben due volte al giorno, quando nel suo mondo egeo il pranzo di metà giornata era poco più che uno spuntino. Per Diodoro Siculo gli Etruschi erano gastriduloi ovvero schiavi del ventre. Il poeta Catullo – che definisce sobri gli umbri e ingordi gli abitanti dei Castelli Romani – dedica all’etrusco l’attributo di obeso e anche nelle Georgiche di Virgilio appare un pinguis tirrenus che assiste a un sacrificio. Ovviamente l’obesità a cui si riferiscono Catullo e Virgilio è una metafora, attraverso cui si intendeva descrivere lo status raggiunto da chi poteva permettersi di ingrassare perché ricco e potente. Obesi erano forse i proprietari terrieri, i nobili, i magistrati e gli armatori, difficilmente i piccoli bottegai, men che mai pastori e contadini, per non dire degli schiavi. L’analisi delle ossa umane rinvenute in molte tombe ha permesso ai paleo-nutrizionisti di determinare l’evoluzione del costume alimentare etrusco, che dal VII al VI secolo a.C. sembra fondato su carboidrati e fibre (cereali e verdure). Un notevole incremento di zinco e stronzio nelle ossa indicherebbe tra il VI e il V sec. a.C. un migliorato consumo di carne e latticini tra le classi meno umili, che pare ridursi dal V secolo in poi a causa di quella crisi economica che porterà alla conquista romana. Resta il fatto che molti nobili dal ventre prominente, con tratti del viso cadenti e flaccidi pettorali, ci sorridono ancora dai coperchi dei sarcofagi che ne ospitavano le spoglie. Come quello di un tarquiniese della famiglia Parthunu che visse nel IV secolo a.C., o l’urna d’alabastro di un benestante del II sec. a.C. su cui nel Museo di Chiusi è posta la targa etruscus obesus. In entrambe il ricco defunto, semidisteso sulla klinè come di consuetudine, affronta la morte nella serena postura del banchetto, soddisfatto di uscire da questa vita sazio, felice e in pace con gli dèi».

C’è una caratteristica peculiare della cultura etrusca?

«Quella etrusca è una cultura fiorita a cavallo di due civiltà assolutamente familiari agli storici: la greca e la romana. Eppure il popolo dei Rasna è stato per secoli un vero rompicapo per gli storici. Negli ultimi 50 anni l’etruscologia ha rimosso gran parte del velo di mistero che ha avvolto per secoli la loro storia, facendo cadere molti luoghi comuni e pregiudizi sulla loro vita quotidiana, artistica e religiosa. Ciononostante, il mondo etrusco continua a essere considerato dai più (e spesso anche raccontato) come qualcosa di oscuro ed enigmatico, quasi a voler mantenere vivo quell’alone di inquietudine e ignoto che i visitatori percepiscono quando visitano le necropoli etrusche disseminate nella campagna laziale, toscana e umbra. Sicuramente l’aspetto più caratteristico della civiltà etrusca fu quello di essere permeata di una incombente religiosità che si rifletteva in ogni aspetto della vita pubblica e privata. Dèi e demoni erano i padroni assoluti della vita di ogni etrusco e ogni offerta votiva non era mai rivolta per chiedere una grazia ma per conoscere il fato, il destino designato dalle divinità. Furono i primi a conferire le caratteristiche umane, intuendo quanto una divinità umanizzata fosse più comprensibile e accettabile dai comuni mortali. Estremamente conservatori in religione e politica, seppero innovare tutti gli aspetti materiali della civiltà del tempo, facendo uscire l’Europa dalla Preistoria e traghettandola verso la storia. Adottarono gli schemi dell’arte greca ma li stravolsero togliendoli dalla rigida fissità della figura, e conferendo per primi alla figura umana e divina una serie di espressioni e di stati d’animo fino ad allora sconosciuti. Furono geni dell’idraulica (intrapresero la bonifica di ampi tratti di Maremma scavando canali e condotte che funzionarono per secoli) e in architettura inventarono l’arco a tutto sesto. I Romani rubarono a piene mani la cultura etrusca in architettura, religione, tecnica navale, costumi, abitudini, feste, miti, tradizioni, finanche lo stile di mobili, arredi, vestiti e calzature. Strano atteggiamento il loro nei confronti degli Etruschi. Li amano e li odiano allo stesso tempo. Li temono, li guardano in cagnesco eppure li nominano Re di Roma, li aggrediscono, li obbligano ad allearsi e poi strappano ogni trattato, in una parossistica danza mirante a sfiancare l’avversario, a vanificarne la coesione interna, a cancellarlo dalla storia del mondo. Molti storici sostengono che la vera fondazione di Roma sia etrusca, e non da ora ma da tempi remotissimi, come sostiene Dionigi di Alicarnasso che nel I sec. a.C. afferma: «molti degli scrittori sostennero che la stessa Roma era un città Tirrena (cioè Etrusca)». Non è questa la sede per inserirsi in un dibattito tanto interessante quanto irto di difficoltà per chi, come chi scrive, preferisce stimolare domande anziché fornire risposte. Resta il fatto che i Romani adottarono dagli Etruschi un lascito culturale tanto vasto quanto poco considerato dalla storiografia moderna».

Francesco Fravolini

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