Guido Mattioni: le tradizioni culturali stanno scomparendo

libro mattioniLe tradizioni culturali cedono il passo alla società moderna dove la tecnologia sostituisce il classico approccio della conoscenza. Cambiano i modi di apprendere mentre i giovani rischiano di perdere i valori sociali alla base di una sana crescita culturale. Dopo il grande successo di Ascoltavo le maree (Ink, 2013 – quattro edizioni, migliaia di copie vendute, adottato nei corsi di Italiano alla Georgia State University), Guido Mattioni è nuovamente in libreria con un romanzo ambientato sulla frontera, dove la natura, la terra e i grandi valori dell’uomo si intrecciano in un page turner dal finale imprevedibile. Guido Mattioni è preoccupato per la deriva culturale e per il disinteresse dei giovani di fronte alla rivoluzione culturale, senza tralasciare i grandi temi del XXI secolo come la natura e la biodiversità.

La globalizzazione è una realtà sociale ed economica. Quali sono i suoi limiti?

«Il primo limite a venirmi in mente è quello di essere divenuta una realtà sociale ed economica che diamo per scontata, come se fosse qualcosa di inevitabile. “È così dappertutto, perché opporsi?” sembrano chiedermi in tanti, specialmente i più giovani. Sembra che non si rendano nemmeno conto dell’orrore semantico insito in quella parola: dappertutto». «Sembrano ignorare o preferiscono ignorare? l’ormai ineludibile realtà che questa sbobba, questo frullato monogusto che non è solo alimentare ma anche culturale, che questo fast thinking (o meglio, no thinking) sia stato imposto dai pochi che ci guadagnano a noi tutti che invece finiamo per perderci. Mi allarma che questa sub-cultura sia ormai diventata un qualcosa di passivamente accettato dalla massa senza apparenti e significative reazioni. Più che di limiti della globalizzazione parlerei di autentiche colpe; come quella di aver ucciso e di continuare a uccidere, ogni giorno, un mondo un tempo splendido, proprio in quanto mosaico di meravigliosi contrasti e di sbalorditive differenze. Non parlo soltanto delle biodiversità, della gamma dei sapori, dei profumi e dei paesaggi ma anche delle tradizioni che si stanno lentamente perdendo».

Perché le antiche tradizioni non sono seguite come fossero degli insegnamenti?

«Proprio perché sono – anzi ormai erano – insegnamenti. La società moderna non vuole insegnamenti, non li sopporta più, forse proprio non li tollera in quanto gli insegnamenti comportano e richiedono fatica, sforzo di apprendimento e di adattamento. Umberto Eco ha fatto di recente un sacrosanto appello affinché nelle scuole tornino a insegnare brani e poesie a memoria. Bravo professor Eco, sottoscrivo; non solo perché l’esercizio della memoria è una medicina contro la Google-Syndrome (atrofia dei cervelli), ma perché ricordarsi ancora adesso, a 62 anni, “A Silvia” di Giacomo Leopardi, o “I sepolcri” di Ugo Foscolo, mi fa provare una gioia immensa. A questo punto urge una doverosa precisazione: io non vivo nell’età della pietra e sono affascinato dalle novità regalate dal progresso tecnologico. Non sono insomma uno di quelli che, per esempio, demonizzano l’ebook dicendo di voler sentire l’odore della carta, anche perché non dimentico che il libro digitale ha dato la possibilità di leggere a milioni di ipovedenti per i quali la pagina stampata era di fatto una condanna alla cecità letteraria, oppure ha offerto ad altri milioni di persone immobilizzate in un letto, quindi impossibilitate a entrare in una libreria fisica, la possibilità di acquistare in tempo reale un libro. Tornando alle antiche tradizioni, penso che non vengano più seguite proprio perché esse sono per se stesse portatrici di diversità. Ho la sgradevole sensazione che ormai la maggioranza della gente abbia orrore delle diversità; e questo proprio perché, essendo altre rispetto al conosciuto, si rivelano più faticose da comprendere e da acquisire. Meglio la stessa sbobba per tutti, anche se il sapore è il medesimo».

Che ruolo dovrebbero assumere i giovani nell’attuale società?

«Dovrebbero spaccare e contestare – mi riferisco ovviamente alle idee, ai luoghi comuni, ai santuari ideologici, non certo alle cose – per poi costruire. Vedo, invece, dominare le estreme: da un lato una grande massa sempre più amorfa e dall’altro frange sempre più violente che sanno rompere solo le teste e le cose altrui. Mi sembra scomparsa la virtus, quella che dovrebbe stare in medio. Devo però riconoscere che la mia generazione (sono nato nel ‘52), quella che l’aveva preceduta, ma forse anche quella venuta subito dopo, ha avuto una grande fortuna: la televisione, che per deperimento qualitativo dei programmi è oggi divenuta, a mio avviso, un’autentica arma di distruzione di massa (delle intelligenze e dello spirito critico, intendo), noi l’avevamo conosciuta come una cosa che c’era tra tante altre (insieme ai libri, al cinema, al cortile dove giocare) e non come la cosa; e nemmeno come il luogo nel quale o ci sei oppure nemmeno esisti. Quelli della mia generazione si saranno anche presi a botte per le idee, ma hanno avuto il privilegio di crescere con gli “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini o con i libri di storia di Indro Montanelli. Oggi con che cosa crescono gli adolescenti? Guardando l’orrore catodico dei talent show come Amici o X Factor? È terribile: chiedi a un giovane chi siano stati Pasolini o Montanelli e ti fisserà attonito; non ne ha la più pallida idea, eppure sa chi sono Maria De Filippi o Belen».

Nel prologo del suo romanzo allude ai pochi e malsani sapori globali? Quali sono?

«Dato che nel romanzo parlo anche di poveri contadini messicani coltivatori di fagioli, nel prologo mi riferivo ai sapori alimentari massificati e massificanti, ovvero alle McSchifezze monogusto che dobbiamo ingoiare, preparate spesso con McVeleni come l’olio di palma che si trova ormai in quasi tutti i cibi industriali e che oltre a metterci a serio rischio di neolpasie sta decretando la morte delle foreste pluviali del Sud Est asiatico, con tutto quel che ne consegue in termini climatici; nel senso che se non moriremo di tumore al colon per overdose di crema alla nocciola o di cibi precotti in confezione, rischieremo di vederci travolti da uragani anche in zone del mondo che non hanno nulla a che spartire con i Tropici. Domanda: vi siete mai chiesti perché fino a trent’anni fa non si parlava di celiachia, mentre oggi sembra trattarsi quasi di una problematica di massa? Per il semplice motivo che per esigenze produttive (leggi: soldi, profitto) l’industria ha modificato geneticamente il frumento portandone la percentuale di glutine dal naturale 7% di una volta all’odierno 20%. A nostra insaputa ci stanno dando da decenni delle overdose di glutine, ovvero di una proteina che, sempre a nostra insaputa, è un potenziale veleno per l’organismo. Ma potrei citare anche le pestilenziali maltodestrine e l’aspartame usati per dolcificare bibite, caramelle e gomme da masticare che i gonzi acquisteranno perché con la dizione “Diet”. O ancora le criminali bombe energizzanti di caffeina e taurina e che in forti dosi possono essere fatali per chi ignora di avere anche un lieve difetto cardiaco: tre lattine di quella roba, una aritmia improvvisa e sei già all’altro mondo. Chi parla di queste cose? Chi informa di questi pericoli? Forse la cara tv, con il rischio di perdere i contratti pubblicitari? E dato che l’ho citata un’altra volta, sotto la dizione pochi e malsani sapori globali intendevo comprenderne tuttavia anche altri, che non hanno nulla a che vedere con la nutrizione del corpo, bensì con quella ancora più importante, quella della mente. Che cos’è, infatti, anche il solo concetto di format televisivo – da imporre e riproporre identico, rifatto con lo stampino, in tutto il mondo – se non un crimine contro lo spirito critico e il diritto individuale di poter scegliere?».

Guido Mattioni

Soltanto il cielo non ha confini

pp. 200 ca. – euro 14,00

Editore INK

Francesco Fravolini

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