Roma, spettacolo multisensoriale a Ponte Sant’Angelo

ponte sant'angelo - romaPonte Sant’Angelo è un percorso sospeso dove la memoria e la natura si fondono, componendo un canto unisono. È il luogo nel quale il miracolo diviene visibile. La storia scivola all’indietro e arriva al II secolo d.C., quando la sofisticata cultura adrianea improntò di sé la capitale dell’Impero e le sue Province. Era il 130 d.C. quando l’architetto Demetriano progettò il primo ponte per collegare il Mausoleo di Adriano con la riva sinistra del Tevere. Da allora, quelle due icone inscindibili della città, ponte e castello, rimasero unite in una sorte comune composta di dei, imperatori, santi, re, criminali ed eroi. Fu solo un evento prodigioso a trasformare la tomba in castello e il ponte in una sorta di Via Crucis. Così, dopo le impietose piene del Tevere nel 590 d.C., Roma era stata messa in ginocchio dalla peste. Fu in quel frangente che san Gregorio Magno, mentre attraversava il ponte con i fedeli per portare a S. Pietro l’immagine della Salus Populi, vide venire dal cielo l’Arcangelo Michele atto a rinfoderare la spada. Quel gesto era il segno della fine della piaga. Da quel momento il Mausoleo e il ponte assunsero la denominazione di S. Angelo. Per secoli quella via fra cielo e terra fu testimone di pellegrini in cammino verso S. Pietro, finché un giorno terribile, il 19 dicembre del 1450, in occasione dell’Anno d’Oro, i parapetti del ponte cedettero. La causa, riportata da Stefano Infessura, fu una mula imbizzarrita durante l’ostensione della Veronica. Colta dal panico, la folla cominciò a spingere e trecento persone, tre cavalli e la mula morirono affogati. Questo incidente fu l’incipit delle prime trasformazioni del ponte e dello spazio antistante; pochi anni dopo papa Niccolo V commissionò la realizzazione di due cappelle, dedicate a Santa Maria Maddalena e ai Santi Innocenti, che fungessero da vedette al pellegrino diretto alla basilica Vaticana. Nella piazza antistante fu eretto Palazzo Altoviti, dove erano condannati a morte i criminali, impiccati e tenuti esposti a monito lungo il ponte, da cui deriva il famoso motto “Ce sò più teste mozze su le spallette che meloni al mercato”. Il luogo non era certamente dei più edificanti, se si considera la presenza delle prigioni del Castello, da cui si sentivano i lamenti dei prigionieri. Nel 1527 una nuova tragedia venne a funestare l’area: il sacco di Roma condotto da Carlo V imperatore. Il ponte e il castello costituirono una delle scene principali dell’assalto alla sede pontificia Vaticana. Le due cappelle niccoline al lato del ponte, furono utilizzate dai lanzichenecchi per nascondersi e per tenere sotto scacco Clemente VII, una volta che il pontefice decise di chiudersi a Castel Sant‘Angelo. L’assedio durò 15 giorni dopo i quali il papa si arrese all’imperatore e, appena possibile, sostituì le due cappelle a capo del ponte con le statue di s. Pietro e s. Paolo. Era il 1669 e papa Clemente IX decise di rinnovare Ponte Sant’Angelo. Le finanze della Chiesa non consentivano la ricostruzione dell’intera struttura. L’intervento venne commissionato al Bernini, attivo pochi anni prima presso la fabbrica di S. Pietro per l’esecuzione della piazza antistante alla Basilica. Si trattava di un’operazione importante e a completamento del rinnovamento di tutta l’area Vaticana. Ponte S. Angelo significava il luogo sospeso dal quale vedere la cupola, prima di immergersi nelle viuzze di Borgo di S. Spirito, per rinascere in Piazza S. Pietro, ventre della Chiesa. Per i pellegrini, Ponte S. Angelo era metaforicamente il passaggio fra il mondo terreno e quello spirituale, il luogo nel quale meditare su Cristo, prima di pregare sulla tomba del primo papa. E il Bernini, avvezzo alle simbologie, mise in opera una delle più stupefacenti metamorfosi della storia: un miracolo in cui tutti gli elementi convergono, per dare vita al suggestivo connubio fra luce e acqua, terra e cielo. Realizzò un nuovo parapetto per il ponte: un’armonica alternanza fra sottili grate ferrate e balaustrate in pietra. Qualche anno prima, passando lungo la Senna, Bernini aveva detto: «Io sono molto amico delle acque, fanno molto bene allo spirito». Allora Gian Lorenzo mise in scena una sinfonia di baluginii fatta di trasparenze e riflessi, di richiami fra cielo e fiume. “Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus”. Ecco che l’acqua ritorna a essere fonte di salvezza, percorso iniziatico verso Dio. La luce vi si contempla, rifrangendosi e moltiplicandosi, come semi di fede, tutt’attorno. E come attori principali di questa scenografia fantastica, ci sono gli angeli che portano gli oggetti legati alla passione di Cristo, in una sorta di Via Crucis. Essi partecipano del mistero in atto, elevandosi verso l’alto con le loro sagome serpentinate, quasi spettacolo gotico di valore trascendente, a comunicare l’elevata spiritualità del luogo. I panneggi degli angeli richiamano la Passione e per questo, il loro avvolgersi tormentosamente intorno ai corpi, suscita compassione e partecipazione, come in una tragedia greca. E come in una tragedia greca, a noi spettatori non resta che la possibilità di percorrere quello spazio come in una sorta di passaggio catartico, abbandonandoci al sublime mondo dei sensi.

Francesca Maria Pedullà

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