Roma, la basilica di S. Sabina all’Aventino

s. sabina - romaS. Sabina rimane uno dei gioielli più preziosi nell’ambito della tradizione della Roma paleocristiana. Realizzata nel meraviglioso scenario dell’Aventino, questa basilica è da sempre ritenuta uno dei luoghi ameni della città, amata sin dall’antichità dai romani e dai viaggiatori. Le sue porte, la sofisticatissima struttura architettonica, il mosaico di controfacciata e le leggende la rendono, ancora oggi, un luogo interessante, anche in considerazione del bellissimo contesto al cui interno è incastonata: il Giardino degli Aranci. Il richiamo scaturisce dallo stupore che destano non solo le pure linee architettoniche, ma anche le decorazioni lignea, musiva e settile. Prima ancora di entrare in chiesa veniamo rapiti da uno dei più meravigliosi esempi di ebanisteria a Roma: le ante lignee di accesso alla basilica, realizzate nel V secolo e originariamente costituite da 28 riquadri che trattano le storie del Nuovo e dell’Antico Testamento. L’esecuzione di queste due ante è da tempo attribuita a maestranze medio orientali, sia per lo stile sia per le desuete scelte iconografiche. Fra i pannelli, di cui purtroppo rimangono solo 19 riquadri, risalta in effetti un tema molto particolare: la Crocifissione di Cristo. Tale motivo iconografico era evitato perché questa condanna era generalmente destinata ai criminali che venivano eseguiti dai romani, lungo le vie consolari. L’associazione fra questi criminali e Cristo, per gran parte del Medioevo, non sembrava consona alla neonata religione e alla stessa propaganda cristiana. Pertanto la scena di S. Sabina è un unicum nell’ambito del panorama artistico della Città Eterna per gran parte del Medioevo, ed è paragonabile solo ad altri sparuti esempi, eseguiti in epoca più tarda rispetto all’esempio presente nella nostra chiesa. Prima di abbandonare l’atrio porticato, è imperativo soffermarsi al lato dell’entrata, davanti all’eccezionale affresco di ascendenza bizantina recentemente scoperto. All’interno dell’opera campeggiano la Vergine con il Bambino, affiancati da santi e omaggiati dalle due figure viventi di Teodoro e Giorgio. Questi due personaggi sono importati perché furono legati papali al concilio di Costantinopoli che, nel 680, confutò e condannò le teorie di quanti sostenevano la sola natura divina di Cristo. Oltre a suggerire il contesto storico nel cui ambito inserire l’affresco, essi sono fondamentali in quanto rappresentano la vittoria della Chiesa sull’ennesima eresia. A dimostrazione di questa condanna la diade Madre figlio testimonia la duplice natura umana e divina di Gesù. Entrati nell’edificio veniamo incantati della linee architettoniche eleganti ed austere. Forte della rinascita classica del V secolo, lo spazio della basilica è evidentemente armonico anche grazie alla regolare alternanza fra pieni e vuoti, determinata dal rapporto classico 2:1 fra le navate laterali e la navata centrale. Come nelle precedenti basiliche di S. Paolo e di S. Maria Maggiore, anche in S. Sabina il revival della classicità assume un lirismo unico, sottolineando e definendo a chiare lettere l’ormai improrogabile passaggio del potere religioso a Roma dall’Imperatore al nuovo Pontifex Maximus, il Papa. Se dalle relazioni ritmiche e geometriche scaturisce la perfetta proporzione fra le singole parti e il complesso, caratteristica tipica dell’arte imperiale, il riciclo delle 24 colonne del vicino tempio di Giunone Regina tradisce l’iniziale intento di classicità. Fra i materiali di spoglio risaltano i meravigliosi profili degli archi eseguiti con marmi policromi di reimpiego, il cui sofisticato design sarà di riferimento per diversi edifici italiani eretti successivamente. I mosaici stupiscono per la sontuosità e la ricchezza cromatica. Dell’originale rivestimento rimangono pochi ma importanti elementi come i mosaici della controfacciata dove campeggiano le rappresentazioni delle due Ecclesiae: a destra quella Ex gentibus, a sinistra quella Ex circumcisione. La Chiesa dei Gentili è rappresentata con un codice del Nuovo Testamento aperto mentre quella dei Giudei ha il codice del Vecchio Testamento. Come nel mosaico absidale di S. Pudenziana, le due figure femminili compaiono per suggellare l’idea di Ecclesia romana come Chiesa universale scaturita dall’unione della Chiesa degli Giudei e dei Gentili. Nel lasciare S. Sabina non mancheremo di soffermarci di fronte alla leggendaria bomba di San Domenico, una pietra ovale di basalto nero posta sopra una colonna. La leggenda riferisce che la pietra venne scagliata da Satana contro Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei Domenicani, mentre il monaco era raccolto in preghiera sopra il sepolcro di alcuni martiri. L’ira del demonio fu tale da lasciare, ancora oggi, visibili tre fori sulla pietra. Purtroppo la leggenda molto affascinante è stata sfatata dalle recenti indagini archeologiche che interpretano tale pietra o come il peso di una bilancia romana, oppure come parte di una macina di mulino rinvenuta nei sotterranei della chiesa. La figura di s. Domenico è tuttavia forte non solo nella chiesa e nel monastero da lui fondato, ma anche nel chiostro e nel vicino Giardino. La presenza degli aranci rimanda all’alberello di arancio che nel 1216 il santo riportò a Roma dal suo viaggio in Portogallo. I frutti di tale alberello, interrato nel chiostro, sopravvivono miracolosamente attraverso gli altri alberi piantati sopra il suo tronco originale. È nel Giardino che si compie l’ultimo e più naturale dei miracoli, quello della visione panoramica di una città che dall’alba della sua fondazione ha eternato, fino ad oggi, il suo splendore.

Francesca Maria Pedullà

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