Ilaria Drago: recuperare il senso delle nostre azioni

ilaria dragoIl teatro sta vivendo una crisi molto acuta, senza precedenti. La cultura, al pari del turismo, subisce la battuta d’arresto mentre i giovani non sviluppano quelle sane opportunità offerte dal teatro, che si tramutano in autentico sapere da amare e da condividere. Tutto ciò sarebbe un valido aiuto per i ragazzi verso una migliore crescita mentre affinerebbe la formazione culturale negli adulti. È una riflessione da tenere in seria considerazione. Il teatro coinvolge tutte le persone senza distinzione di età. Ilaria Drago, attrice, autrice, regista, fondatrice della Compagnia Ilaria Drago, sofferma la sua attenzione sui diversi aspetti legati alla crisi culturale.

Il teatro che stagione sta vivendo?

«Riflette esattamente la stagione di degrado culturale di tutto il Paese. Occorre recuperare il senso di quello che stiamo facendo, senza tralasciare il perché si stia facendo. A maggior ragione nel teatro, mentre nell’arte dovrebbe esserci più attenzione e sensibilità. Sembra che l’arte e la cultura siano separate dal resto della vita. Siamo arrivati a questa situazione dopo anni di fatale governo-televisivo, in cui artiste vengono chiamate le veline. Oppure siamo arrivati a pensare l’arte solo come divertimento, nel senso di divergere dalla rotta della coscienza. Fuori è uno schifo, abbiamo voglia di staccare e ridere. Ma l’arte non dirà mai tanto va bene così. Ti invita a essere protagonista, a non stare al gioco, a non abbassare la testa. Quando l’artista lavora con sensibilità e attenzione, quando un attore sale su un palcoscenico e non fa qualcosa solo per se stesso – parlo di artisti, non di mestieranti, ché tanto uno spettacolo vale l’altro – fa un patto. Ed è un patto con il pubblico: io ti ricordo qualcosa, qualcosa di te, qualcosa che forse hai messo da parte. Ti ricordo che sei vivo, che hai una coscienza e soprattutto una dignità. Un artista mette la lente su ciò che non si vede e sugli ultimi. E quando chi guarda inizia a sentire, a pensare, a riflettere ecco che hai fatto politica, coltivato cultura, dato una ragione anche – se possibile – per non suicidarsi. Io ti vedo. Questo si dice al pubblico. Anche noi, come gli altri, oggi siamo sottoposti a grandi vessazioni, siamo chiamati a lavorare non pagati, siamo considerati spesso gli ultimi, anche dagli ultimi. Perché tutto si è scollato, perché non sappiamo più nulla se non la marca dell’ultima auto o dell’ultimo cellulare. Come se l’arte non avesse più quel ruolo speciale di parlare al cuore della gente e di far sì che quel cuore gridi forte il proprio valore. Come se questo non fosse importante. Mi viene da dire certe volte che a stare in gabbia è più comodo che uscirne fuori».

La cultura, da anni, non è sufficientemente valorizzata. Perché?

«Valorizzare la cultura è fare crescere un popolo. Amarlo. C’è una grandissima responsabilità da parte di tutti, dei giochi di potere, dell’ignoranza per questo decadimento; anche l’indifferenza fa morire la coscienza di un popolo. Quando il popolo non ha coscienza è facilmente manovrabile».

Quali azioni suggerisci per coinvolgere ragazzi e adulti?

«La parola d’ordine è resistenza. Dobbiamo creare, in ogni luogo, avamposti culturali per coinvolgere ragazzi e adulti nel proprio percorso, ma con vera passione e senso di responsabilità. Sì, anche da parte degli artisti c’è bisogno di senso della responsabilità. Dobbiamo studiare, fare esperienze continuamente per proporre strade, percorsi, idee e pratiche che facciano prima di tutto riconoscere a chi ci incontra che loro stessi sono patrimoni e valori eccezionali, che non sono inutili, che non sono prodotti a perdere. Si vive, non si tira a campare. Si vive con tutto il diritto a farlo e a essere pure felici. Laboratori, seminari, incontri tenuti da professionisti attenti e coscienti. Metodologie di lavoro che non mortifichino l’altro ma ne esaltino le potenzialità e le risorse. Ho incontrato diversi ragazzi e anche attori e attrici che erano stati trattati malissimo, umiliati, offesi da registi o pseudo artisti. Basta con questo metodo da killer, questa prepotenza volta a esaltare solo il proprio egocentrismo. Fare qualcosa significa anche farlo nei gesti di ogni giorno. Ognuno è diverso, ha bisogno di una misura propria per imparare. Lo devi osservare, comprendere e lì devi agire, con fermezza, non con prepotenza. E poi portare i ragazzi a incontrare gli artisti e viceversa. E portare gli artisti a incontrare la gente. Basta starsene seduti su un piedistallo a pontificare. Basta con questi artisti e con questi critici altezzosi. Bisogna ridare le misure a tutto quanto e scendere a terra con la gente. Ma non sminuendo e abbassando la qualità del nostro lavoro. Questo è un grande errore. La gente può comprendere, non è scema. Va accompagnata perché forse non è più abituata, ma la gente c’è».

Qual è l’insegnamento più alto che arriva dal teatro?

«Il coraggio della nudità e della verità. Il teatro non ti perdona se non sei corretto. Onestà. Il coraggio di cadere. Il coraggio di guardarsi allo specchio. Il coraggio del servizio. Se praticato con disciplina e verità è un atto d’amore. Bisogna che tanti artistoni se ne ricordino. E anche tanti critici».

Le nuove generazioni cosa stanno perdendo?

«Stanno perdendo un contatto con la terra. Con la fedeltà a un patto che ha messi tutti qui a campare. Tanti allievi che mi arrivano non hanno contatto con la propria dimensione terrena, vivono virtualmente di idee e finisce che alla fine hanno paura di tutto. In primis di vivere. Si sta perdendo l’incontro con l’altro. Lo sguardo viso a viso. Il gesto che cura, la danza. Non mi ricordo chi diceva che un vero guerriero non va alla guerra se prima non ha imparato a danzare. E si perdono anche la forza dell’applicazione, dell’approfondimento. Credono che la lotta sia quella che tanto divulgano in tv con programmi fatti di insana competizione, ma non è quella la vera lotta. Lì saranno usati, bruciati e nessuno si occuperà di loro a meno che non si metta il ferro ai pugni e si pesti forte. Ma tutto questo a cosa ci ha portato finora? A nulla. A spendere miliardi per aerei da guerra e a punire chi cerca pane nei cassonetti».

Il progetto Eppela vuole essere un traino per gli attori?

«Il progetto in collaborazione con Eppela si è sviluppato per un motivo molto semplice. Noi, la Compagnia Ilaria Drago, abbiamo creato il TSR_Teatro Sensibile di Riconnessione che parte come progetto pilota per svilupparsi in futuro come progetto europeo. Questo progetto è aperto a tutti i professionisti dello spettacolo dal vivo che abbiano voglia di fare anche un bel lavoro su se stessi, che abbiano voglia di riconnettere luoghi di sé con il lavoro scenico, connettere luoghi esterni alla propria poetica. Il progetto vuole creare una rete che riconnetta anche gli artisti e i luoghi che incontrano, la gente. Sì il progetto TSR è uno stimolo per tutti noi e per i giovani (e meno giovani) professionisti al fine di studiare una modalità diversa di relazione con sé e la scena, con sé e gli altri. Vista però la difficile situazione economica ci siamo appoggiati al progetto Eppela – raccolta fondi dal basso – perché se riusciremo a coinvolgere il pubblico nel progetto e raccogliere fondi daremo la possibilità ai ragazzi di partecipare senza rimetterci l’osso del collo. Non siamo sovvenzionati da nessuno oltre le ottime intenzioni. E vorremmo che nessuno fosse escluso da progetto per motivi economici. Non ci sembra giusto».

Dove dovrebbe puntare la società per avere un futuro migliore?

«Al rispetto, all’attenzione, alla sensibilità, alla cultura. A tutti quei valori che puntano a fare dell’essere umano tutto un luogo di bellezza. Non importa da dove si viene e dove si vada. C’è bisogno del coraggio dell’umiltà. C’è bisogno di coltivare occhi nuovi. C’è bisogno di dare fiducia alle risorse di ognuno, non trattarlo come un cane, come un pezzo di un ingranaggio di un meccanismo che non si capisce più neppure che roba sia. C’è bisogno che i politici si sporchino le mani, si mettano in ginocchio, camminino con la gente e si facciano delle grandi sedute psicologiche. C’è bisogno – lo dico per ultimo perché resti bene la marcata dell’impronta – di uno sguardo più femminile».

Francesco Fravolini

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