Il trionfo della Chiesa sull’Impero nella Basilica di S. Clemente a Roma

chiesa s. clementeRoma non è solo il Colosseo ma anche la sua ombra, ciò che invisibilmente esso proietta intorno a sé. Ed è proprio all’ombra dell’anfiteatro Flavio che è stata costruita la basilica di S. Clemente, non senza ricevere la tutela della Madre di tutte le chiese del mondo, S. Giovanni in Laterano, che la domina dall’alto. L’esterno, stilisticamente poliedrico, prelude all’interno dove, da tempi immemori, si sono avvicendate le menti e le mani di molti abili artefici. È un inedito palinsesto architettonico articolato su tre livelli che sale con la città, dal periodo imperiale a quello attuale. Così, percorrendo una miriade di scalini attraverso un imbuto temporale, veniamo riversati verso la parte più profonda dell’edificio, in ascolto del suo cuore. Qui è custodita la memoria di due costruzioni: quella che un tempo poteva essere la domus di uno dei responsabili dei servizi destinati all’anfiteatro, adattata a mitreo in epoca Severiana e un vasto edificio probabilmente utilizzato come zecca imperiale. Dietro le spesse grate che ci separano dalla cella dedicata al culto di Mitra cogliamo, nella penombra, i profili della grotta della nascita del dio, per poi avvolgere con lo sguardo l’altare centrale decorato con la Tauroctonia vegliata da Cautopate e Caute. Su questa eccelsia, antro di un rito in parte rimasto misterioso, i cristiani hanno eretto l’abside di S. Clemente a simbolo di quel passaggio fra mondo pagano e mondo cristiano che, in modo più o meno evidente, ha cambiato il volto della Caput Mundi in Città Eterna. La basilica paleocristiana è una foresta di pilastri, muri e colonne che confonde il visitatore stupito da quel labirinto sotterraneo in parte costituito da elementi originari, in parte dato dalle tamponature dell’XI secolo e, infine, caratterizzato dalle moderne strutture a sostegno della chiesa superiore. La storia di S. Clemente è incredibilmente affascinante, permeata come è da quel Medioevo in bilico fra trascendenza e immanenza, fra bisogno di elevazione spirituale e volontà di supremazia. Così, lungo le pareti si alternano le storie bibliche e quelle dei protomartiri. Alcuni dipinti del IX secolo dimostrano la loro reale essenza di veri e propri libri, con una funzione tutt’altro che esornativa bensì didascalica per quanti, ed erano in molti, non sapevano leggere. “La discesa al limbo”, eseguita lungo il transetto destro, esemplifica perfettamente quanto espresso. Qui, un Evangelista indica la Bibbia come unica via di salvezza dall’eterna dannazione da cui solo Cristo può allontanarci, sottraendoci dalle grinfie del Demonio e conducendo la nostra anima in Paradiso. L’immagine allora diviene messaggio di salvezza, istruzione preziosa affinché il fedele non si perda. In modo assolutamente analogo, circa due secoli dopo, un eccellente pittore istorierà le pareti tamponate di S. Clemente appena colpito dall’incendio normanno. È il 1085 e Roberto il Guiscardo sbaraglia l’avversa fazione imperiale, quella di Enrico IV asserragliata presso il Celiolo dal 1075 per deporre Gregorio VII ed eleggere un nuovo papa. Il sovrano normanno, inviato dal papa, darà fuoco alla regione prossima al Laterano e le chiese più colpite risulteranno S. Clemente e SS. Quattro Coronati. Fu proprio successivamente alla tamponatura degli intercolunni e alla riduzione del catino absidale, ad opera di Pasquale II, che vennero eseguiti gli affreschi con le storie di s. Clemente e di s. Alessio. Nella messa di s. Clemente la storia trova sviluppo lungo due registri sovrapposti. Il discorso è giocato sull’antitesi fra aulico e volgare, fra la messa del santo e il discorso da lui proferito in latino e le parole di Sisinnio che, avendo colto s. Clemente davanti all’altare, con parole ingiuriose ordina ai servi di catturarlo: Fili dele pute, traite, Gosmari, Albertel, traite, fatele dereto co lo palo. A tanta volgarità il santo risponderà Durizia cordis v(ost)ris saxa traere meru tuis tis. E come nella letteratura il linguaggio corrisponde al genere, così in questo affresco l’uomo di nobile estrazione ma pagano è violento nelle parole e nei fatti e, pertanto, contrapposto alla nobiltà di animo di Clemente. La Chiesa trionfa sull’Impero, dimostrando alla fine la sua superiorità. Questo era di fatto l’anelito del Laterano, quando esausto per le lotte per le investiture cercò in ogni modo di convincere e convincersi della sua supremazia sull’imperatore tedesco. É il desiderio incarnato dall’affresco che troverà una prima e labile soluzione nel 1122, con il concordato di Worms concluso tra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II. Fu Onorio II che subito dopo il concordato ricostruì la chiesa superiore di S. Clemente, eccellente esempio di romanico a Roma. Ed ecco il mosaico absidale. Soggetto di tutta la composizione è un cespo di acanto che nasce dal Crocifisso collocato al centro fra Maria e S. Giovanni. Al loro interno le volute sono abitate dal popolo di Dio rappresentato da uccelli, da putti, da monaci e da laici, mentre lungo il fiume generato dai quattro fiumi dell’Apocalisse è il gruppo di contadini, pastori e pescatori che si accompagna a rappresentazioni di animali simbolici e di valore prettamente cristologico come il cervo. Ecco, dunque, l’ecclesia domini che scaturisce come dalla tradizione medioevale dal sangue sgorgato dal costato di Nostro Signore. Fra questa scena e quella inferiore caratterizzata dall’Agnus Dei fra i dodici agnelli, trasposizione iconografica degli apostoli di Cristo, è una scritta: CHRISTI VITI SIMILABIMUS ISTI QUAM LEX ARENTEM SET CRUX FACIT VIRENTEM che significa associamo la Chiesa a questa vite che la croce fa rigogliare e la legge fa inaridire. Se completiamo questa composizione con quella dell’arco trionfale dove compaiono gli apostoli, i profeti e i martiri, il senso di tutta la rappresentazione risulta lampante nella sua espressa contestualità: un invito alla Chiesa di non abbandonarsi al potere laico rappresentato dall’imperatore, foriero di sterilità, ma di rimanere sempre sotto il controllo del successore di s. Pietro, vicario di Cristo e motore primo della sua comunità. È così che la basilica di S. Clemente a Roma diventa un fantastico gioco di allusioni che, al di là della magnificenza dell’apparato decorativo, indaga nelle motivazioni e risponde all’angoscia di una Chiesa sempre minacciata. E questo è solo l’incipit di quello che nel 1527 sarà il sacco di Roma. Ma questa è un’altra storia e abbiamo deciso di raccontarvela presto.

Francesca Maria Pedullà

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